Nella luce

 

Nella luce, 2008. Olio, sabbia e madreperla su tela.

Danzano
frammenti d’epidermide
unghie sputate
e riccioli d’oro.
Si prendono per mano
(bambini nel girotondo)
e vorticano
pazzi
e invisibili.
Li respiro
Li assorbo
Li creo
ma li vedo
solo
nella luce.

 

Questo quadro è nuovo, nel senso che è ancora fresco. L’ho finito ieri e le parti in rilievo con la sabbia devono ancora asciugarsi.

Non dipingevo da tantissimo tempo, da circa un anno e mezzo. E non ricordavo più quanto mi piacesse. Non è solo l’atto creativo… è l’odore dell’olio che si propaga per la casa e ce l’hai sempre nel naso, intenso e gentile.

È il colore che si infila negli angoli delle unghie e poi il ritrovasi la faccia piena di strisce.

È il pensare sempre la solita cosa: fa schifo, è brutto, l’ultimo che avevo fatto era meglio… per poi arrivare alla fine e sentire di essermene innamorata.

È il lasciare fuori tutto, scollegare la testa e far andare solo le mani, per ritrovarmi in un mondo di incantevole serenità.

 

Il Seme

Sei una bocca umida e urlante e vorace.
Sei un mimo dall’infinito repertorio,
un equilibrista maldestro,
il più abile prestigiatore della vita.
Il pubblico ti guarda rapito,
gli occhi ti divorano e si inumidiscono
stupiti dai tuoi numeri di semplicità primordiale.
Tu stesso sei occhi avidi,
sei mani che frugano i misteri,
dove tutto è un mistero e un imbroglio.
Dove tutto è pericolo,
e il pericolo è il prezzo da pagare.
Sei il tormento dei miei sogni,
Il limite frustrante delle mie ambizioni.
Sei il ladro di ciò che avevo
E io sono tua schiava, mio spietato padrone.
Vuoi il tuo posto, vuoi il tuo spazio,
vuoi che il mondo sia tuo
e che tu sia il solo mondo mio.
Alle volte lo vorrei, non avere altro che te!
Per non soffrire delle rinunce,
per darmi a te senza riserve,
per dare, dare, dare, senza prosciugarmi mai.
Altre volte ho paura
E vorrei essere io l’unico mondo tuo.
Un mondo di quattro braccia
E tu al centro.
Ma alzi il mento e lo sguardo va
Oltre le nostre spalle
e allarghi le narici a respirare odori nuovi.
Odori buoni e agrodolci e cattivi.
Odori che fanno paura,
dove mani ladre prendono e altri occhi non vedono,
dove orecchi si chiudono per non sentire,
dove uno muore ammazzato di botte
e una madre piange e una prega.
Odori che bruciano
Salendo come nebbia calda
Da un terreno arido e avvelenato di desolazione.
Ti stringo troppo forte
E tu protesti.
Punti i piedi e colpisci e lotti,
con una forza talmente grande che commuove,
come quando non eri che un pugnetto di vita
e io non potevo toccarti.
Allora so che la tua vita è il seme
Che pianterò tra quelle zolle aride,
e io sarò lì a darti acqua e nutrimento,
e a guardarti crescere, ramoscello verde brillante.
Ti sogno albero, un giorno,
albero che dà frutti saporiti,
albero che dà fresca ombra per riposare,
albero che rende viva una pianura sterile.
L’aria accanto a te sarà soffice e dolce
E altri semi saranno piantati
da persone come me,
che non voltano lo sguardo indifferenti,
che non stanno comode in poltrona
aspettando che il mondo muoia.
Persone che vorranno lottare,
e faticare e sudare e soffrire
perché è così che si raggiungono i grandi obbiettivi.
Tu sei la possibilità,
tu sei la speranza, per tutti.
Sei una sfida, la mia più grande sfida,
e io la giocherò anima e corpo…
posso giocarci anche la vita,
e ho la sola certezza
di amare la tua più della mia.

 

Maculata concezione

Ecco un raccontino che non ha letto (quasi) nessuno.
L’ho inviato nel 2006 per la partecipazione al concorso “666 Passi nel Delirio”, insieme a un altro scritto a quattro mani con Francesco Donato.
Dopo diversi mesi di attesa, quando ormai nemmeno ci pensavo più, ecco che mi arriva una mail con il grande annuncio: il mio racconto Maculata concezione avrebbe fatto parte della raccolta di racconti pubblicati nel libricino dal titolo (appunto) “666 Passi nel Delirio”, edito da Larcher.
La cosa mi ha fatto molto piacere, è chiaro, ma ero ben cosciente che - tolti gli altri autori dei racconti presenti nella raccolta, che come me avrebbero ricevuto un paio di copie omaggio, e tolti quelli a cui il libricino sarebbe stato regalato per eventuali recensioni - pochissimi altri l’avrebbero comprato e letto.
Quindi, due anni dopo, visto che pure l’editore Larcher non esiste più, dissotterro questo raccontino, per il godimento dei (comunque pochi) frequentatori del mio blog e gli restituisco un po’ di vita.

 

Lo stregone si addentrò nelle segrete della fortezza, guidato dalla fedele guardia del Conte.
Il freddo pungente dell’inverno quell’anno era insopportabile.
Il corridoio labirintico sembrava arrotolarsi su se stesso, mentre il buio pesto prendeva consistenza nelle nuvole d’alito caldo.
La guardia si fermò davanti ad una porta di metallo. Dietro di lui lo stregone.
“Cosa volete che io faccia?”
“Qui dentro c’è una donna. Dovete farla morire.”
“Perché? Il Conte l’aveva forse dimenticata quando bruciò vivi i malati e i mendicanti nel palazzo in campagna?”
“No”
“Forse allora il Conte è rimasto privo di pali?”
“No”
“Dunque cosa? Parlate!”
“Era una delle sue amanti. Egli le trafisse l’ombelico quando rimase incinta, come aveva fatto con tutte le altre. Ma lei non morì. Fu rinchiusa nella segreta, abbandonata alla morte. Ma è ancora viva.”
“Da quanto tempo è qui?”
“Tre anni.”
“Tre anni… e perché adesso volete che io le tolga la vita?”
“Entrate e capirete. Sia fatta la volontà del Conte.”
“Sia fatta la Sua volontà.”
La guardia aprì la porta e lasciò entrare lo stregone.
Una donna, completamente nuda, giaceva a terra: la schiena appoggiata al muro, la testa china sulle ginocchia, le gambe divaricate.
Sotto i lunghi capelli si intravedevano i seni traboccanti. Il suo ventre era gonfio, la pelle tesa.
L’ombelico era ormai una grossa cicatrice violacea e putrescente.
Una donna a cui viene trafitto l’ombelico non può sopravvivere. E come può essere gravida?
La porta venne chiusa alle spalle dello stregone mentre la guardia rimaneva fuori in attesa.
Il rumore metallico fece sobbalzare la donna, svegliata da un torpore profondo.
Alzò il viso verso lo stregone, ma i suoi occhi sembravano oltrepassarlo. Erano vuoti.
“Chi siete?”
“Sono Radu, lo stregone.”
“Cosa volete da me?”
“Sono qui per curarvi.”
La donna si fece cupa in volto e la sua voce una cantilena.
“La mia gravidanza continua, nessun problema interferisce. Nausee, abbuffate e digiuni. Il mal di stomaco presto sarà ulcera. Cambiamenti di umore. Potete forse curarmi dall’essere gravida?”
Lo stregone rimase immobile, allibito.
“Conferme su conferme, che io manifesto da brava mammina.”
La donna rise istericamente. Dalle labbra tese qualcosa di aguzzo brillò.
“Ah figlioletto abominevole! Ti aspetto e già ti amo, piccolo mio!”
E’ posseduta, senza dubbio. Quella donna non può essere gravida, con l’addome lacerato e segregata da tre anni in questa prigione.
I pensieri dello stregone si tingevano di terrore.
All’improvviso la donna urlò. Le sue grida lacerarono l’aria. Inarcò la schiena e si contrasse.
Sotto le sue gambe divaricate si allargò una macchia liquida e densa.
Lo stregone attaccò la schiena al muro, temendo di svenire.
La donna continuava a dimenarsi in preda a dolori folli.
Con le mani si afferrava le ginocchia, divaricandosi le gambe e spingendo fuori dalla sua vagina una forma affusolata.
Allora smise di gridare. Sospirò.
“Oh si! Tutti intorno a me, ad ammirare nella mangiatoia il mio ultimo nato!
Ed io qui, maculata concezione, impura dei miei disturbi, persa nel mondo dei quasi sani e dei non del tutto malati.
Mamma non ti lascia, amore mio! Lo confermano i tuoi fratellini!
Là fuori dicono brutte cose della tua mamma, la tengono lontana, isolata. Ma così la mammina ha tutto il tempo per voi, miei piccini!”
Lo stregone guardava quell’essere informe adagiato a terra, che tra le gambe della donna cominciava a muoversi. Poi lo vide srotolarsi lentamente. Allargò le ali e si alzò da terra, andando ad aggrapparsi al soffitto.
Solo allora lo stregone vide centinaia di occhi rossi puntati su di lui.
All’improvviso, come un turbine violento, tutti gli si avventarono addosso martoriando il suo corpo con i dentini aguzzi.
La guardia, fuori dalla porta, sentì le grida. Poi il silenzio. Solo allora aprì.
Vide il corpo sfinito e rantolante dello stregone e la donna china su di lui come una iena. Sorrise.
Si incamminò soddisfatto per il lungo corridoio. Aveva due belle notizie per il Conte Vlad: la sua donna aveva ricevuto il pasto… e aveva avuto un altro figlio maschio!

 
 

 

 

 

Il Passato

Sotto le unghie
Ho ancora terra e sangue.
Le ginocchia rotte
La lingua arida.
Dovrò bere anni
Riposare mari
E parlare sottovoce
Perché ho vomitato
Tutta la merda
Che mi hai spinto in gola.
Ho graffiato la pelle dei morti
ho scopato i morti
ho ucciso i morti.
Sotto le unghie
Ho la terra della mia tomba
Ma il sangue
È il tuo.

 

Quanto sarà alta un’anatra femmina?

Domenica scorsa sono stata a Garda. Passeggiata sul Lungolago, coppa gigante di gelato e frutta e qualche foto ai miei due maschi. Per una serie di motivi, che ora elenco, ho passato un paio d’ore su una panchina.
Dunque:
1 - era una bellissima giornata e ho trovato una panchina vista lago, quindi era giusto godersi il panorama.
2 - il cucciolo non voleva più stare nel passeggino e in braccio è troppo pesante, il porcello.
3 - il cucciolo doveva fare la merenda, quindi comunque era necessario fermarsi su una panchina.
4 - volevo fare delle foto al lago e mi serviva un punto d’appoggio.
E solo al numero 5 - per fare la figa mi ero messa le scarpe col tacco e non riuscivo più a camminare a causa del mal di piedi, quindi o trovavo a breve una panchina o dovevo sedermi per terra.
Vabbè, tutto questo per dire che, mentre ero seduta sulla mia panchina sul lungolago di Garda, sono arrivate a farci compagnia due anatre, una femmina e un maschio. Il cucciolo era pressoché indifferente alla faccenda, mentre la madre era alquanto eccitata, tanto che ha pensato di fare qualche foto pure a loro. Eccole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da qui, mi sono lanciata in una delle mie assurde congetture sul mondo e sui misteri del sesso.
Insomma, l’anatra femmina è bruttarella, mentre il maschio, caspita, è uno splendore. A parte i colori incredibili del piumaggio, ha anche un’eleganza diversa, sembra più raffinato.
È risaputo che in natura, nelle specie animali, sono sempre i maschi a essere più belli esteticamente, mentre le femmine sono abbastanza anonime. Gli etologi dicono sia perché il maschio deve essere più appariscente per corteggiare la femmina. Presumo quindi che la femmina non abbia bisogno di farsi bella per attirare il maschio, dato che ciò che al maschio interessa ce l’ha in dotazione in quanto femmina.
Posto ciò e posto che anche l’essere umano fa parte del regno animale, mi sono chiesta: perché per noi non è lo stesso? Perché i maschi, per natura, non sono affatto più belli e appariscenti delle femmine? E dunque, perché mai non sono i maschi a ricorrere ad abbellimenti artificiali? Insomma, cosmetici, profumi, acconciature particolari e gioielli fanno parte fin dall’antichità della cultura femminile.
La risposta più scema che mi è venuta è che forse gli uomini non hanno bisogno di corteggiare le donne. E forse perché le donne sono molte più degli uomini, quindi non c’è necessità di espedienti per battere la concorrenza. Se con una non va, ce ne sono molte altre che possono andare.
Ma cosa mi capita di leggere oggi su National Geographic di Maggio?
Ebbene, sembra che in Cina, la politica di controllo delle nascite (ogni famiglia non può avere più di un figlio) ha creato una generazione di 90 milioni di figli unici. E sembra che per ogni 100 femmine nascano 119 maschi! È evidente che, dato l’enorme numero della popolazione cinese, il numero di maschietti che resta senza femminuccia è notevole, e addirittura entro il 2020 arriverà a 30 milioni.
Da qui, tre cose curiose:
questi giovani scapoli, con molta carineria, vengono etichettati dalla società come “rami secchi”.
Le donne, acquisita la coscienza di essere merce rara, fanno la voce grossa e se la tirano. Il 45% infatti dichiara di fregarsene del matrimonio preferendo la carriera.
Infine (ma che c’entra poi?) a Pechino è consentito un solo animale domestico per famiglia, e non deve superare i 35 centimetri di altezza.
… ma quanto sarà alta un’anatra femmina?

 

Il Limite

Mescolo e rimescolo i segni
e li dispongo
sulla tovaglia bianca.
Allungo la mano
per toccare il fuoco.
Troppo o troppo poco?
Il limite è un capello
bianco
e io detesto il bianco.
Muovo le figure
e sento freddo.
Allora so che il fuoco è gelo
e brucerà dopo
e di più.
Ma non ritraggo la mano
e incosciente
scalcio
stringendo i denti
e rovescio il tavolo quadrato
e cade
sull’erba
il solitario dei miei misteri.

 

 

Se non so (So)

 

Se non so (So), 2005. Olio, sabbia e stucco su legno.

 

SCRITTURA PER PICCOLE STANZE SENZA PORTA –

MIRACOLI DI CORTESE IRONIA E SGUAIATA SPERANZA –

MUSICHE ANTICHE VISCERALI COATTE ISTERICHE –

BUBBONI CISTICI NEL TEMPIO

 

COSPARGO A NUOVO LE PARETI INTERNE DEL TEATRO –

ACCARTOCCIO VECCHIE PELLI IN BARATTOLI DI FELTRO –

MELE VERDI E TEQUILA

 

SE NON SO

 

SO

 

 

Queste frasi sono riportate a graffito nelle due curve sulla parte destra della tavola. Si tratta di un altro dei miei tentativi di multisensorialità: ho pensato che, quando si legge una qualsiasi iscrizione, il suono di quelle parole arriva alle nostre orecchie o alle orecchie della nostra mente. E così, oltre alla vista e al tatto, ecco coinvolto anche il senso dell’udito.

Cosa vogliano dire queste frasi, davvero non lo so. Non mi interessava che avessero un significato, ma solo che producessero un suono, fisico o mentale. Quindi ho scritto di getto, tutto ciò che arrivava alle mie mani, sforzandomi di eliminare qualsiasi mediazione razionale, come fanno i medium con la scrittura automatica. Così è nato il titolo: Se non so (So). Quest’ultima parola è graffita in un’altra zona del quadro, quasi nascosta.

Dimenticavo di dire che questo quadro si trova a casa della mia amica Elisa, nella sua meravigliosa camera dalle pareti arancione.

 

Messico e colori

 

La prima sensazione, arrivata a Cancun, è stata un’incredibile umidità. Ho sentito i jeans incollarsi alle gambe, la pelle farsi appiccicosa e l’aria irrespirabile per quanto era densa. Ricordo che il cielo non era azzurro, pur essendo sereno. Sembrava ricoperto da un velo di foschia.
Veder sorgere il sole sul Mar dei Caraibi, sulla spiaggia della Baia di Akumal, è una delle sensazioni più incantevoli che ho provato. La spiaggia era deserta, la sabbia bianca era fredda e sottile come farina. L’acqua una distesa immobile e trasparente. Il cielo era sereno, e il sole si affacciava tra striature di arancio e viola. Mai vista una cosa del genere prima di allora. Immancabile la palma da cocco. Mi è sembrato di essere entrata in una cartolina, tanta era la perfezione che mi trovavo davanti agli occhi. Mi è mancato il respiro.
Ricordo il calore di un sole diverso, più immediato. Il sole del Messico, nei miei ricordi, non è giallo, ma bianco. Perché il sole bianco brucia prima ancora di cominciare a scaldare.
La sera messicana, invece, la ricordo soffusa, con i lumini colorati lungo i vialetti e la musica tipica. E quanti colori a tavola! Le tovaglie tessute a mano, con gli accostamenti più vivaci, giallo, rosso, arancio, blu.
Un mondo di colori anche nei mercatini del Chiapas, dove le donne realizzano coperte e tovaglie con i telai oppure vendono verdure magistralmente disposte a piramide, o spezie e mazzi di peperoncino rosso fuoco; gli uomini vendono diversi articoli in pelle o cuoio, tra cui anche le pelli decorate con il pirografo, e i bambini, con i loro occhi a mandorla dallo sguardo vivace, ti prendono per mano e passeggiano con te, sperando di ricevere in regalo qualche pesos.
A S. Cristobal tutto è colore, le case lungo le strade, le basiliche, i vestiti delle persone. Sembra un carnevale. Una casa ha la facciata turchese, quella accanto giallo ocra con rifiniture rosso scuro, un’altra ancora è bianca e sul bianco spicca il disegno di un’enorme bottiglia di Coca-Cola.
Di Palenque ricordo il verde, le infinite sfumature di verde, in questa foresta rigogliosa, dove le piante formano grovigli impressionanti e i fiori hanno delle dimensioni e dei colori che mai avrei immaginato potessero esistere in natura. Su questo intrico di verde spiccano le architetture maya, con le loro pietre grigie. Curioso il bassorilievo del Re Pakal a cavallo di un attrezzo che sembra un razzo.
Ricordo il vento che mi mandava indietro i capelli, mentre percorrevo il Canyon Sumidero, con le sue acque verdi tra le altissime pareti di roccia. Il nero pesto della grotta, con i pipistrelli che volavano e io ho urlato perché avevo paura. I coccodrilli che si confondevano con il fango, gli avvoltoi appollaiati sui rami degli alberi.
Dello Yucatan ricordo il bianco ingrigito della piramide di Kukulkan a Chichen Itza, che si innalzava su una distesa di erba verde. Volevo salire tutte quelle scale e arrivare sulla sommità, e godere non solo dello spettacolo della natura, ma anche dell’estasi di trovarmi in cima a una piramide, per il suo valore simbolico. Ma non ce l’ho fatta. Soffro di vertigini, e al trentesimo gradino mi è toccato tornar giù.
Infine ricordo Merida e alcuni odori che in seguito ho sentito solo in Kenya. Sarei dovuta andare alla Piazza Centrale e invece mi sono confusa, chiedendo indicazioni per il Centro. Mi sono trovata in una sorta di macello a cielo aperto, con la carne in vendita appoggiata sui banchi di legno, mosche a frotte e il sangue che confluiva in uno scolo al centro delle stradine. Era impossibile respirare, ma quella era la città vera, quella dove i turisti non arrivano.
Alla fine di questo meraviglioso e massacrante tour del Chiapas e dello Yucatan, durato sette giorni, sono tornata qualche altro giorno ad Akumal, tanto per avere un po’ di relax prima del ritorno a casa.
Quello che mi resterà sempre del Messico, almeno di queste due regioni che ho visitato, sono i colori, si è capito. Ma se i colori di solito trasmettono allegria, quello che invece ho notato nella gente messicana è uno stato d’animo malinconico, quasi una sottile tristezza, nei modi e negli sguardi, un ritmo pacato, non vivace, come se tutti quei colori accesi volessero compensare una visione della vita che invece è fatta di toni sfumati e colori pastello.

Rido

  

 

E rido

Ma quanto rido!

È sempre la solita vecchia sgualdrina

Rossetto e tacchi alti

E scopre spalle e gambe

Per attirare sguardi e cuori.

Esche giocattolo.

Mi fa ridere

Quella puttana maldestra

Che batte finti marciapiedi

Con la spavalda fierezza

di avere il mondo in vendita.

Ma rido

Perché barcolla sui tacchi

e cade in ginocchio

mentre passa un maschio distratto

che fa cadere una moneta.

Gliela tira dietro, lei

urlando insulti da borgata.

E così si mostra

Puttana dentro e fuori

E io rido

Raccogliendo la sua elemosina.

 

 

Il Temporale

 

Mi ero alzato per bere. Ero tornato a letto e non riuscivo a riaddormentarmi per via del temporale. Succedeva sempre dalla notte in cui sotto il diluvio avevo investito quell’uomo uccidendolo. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato.
Guardavo compiaciuto la mia donna che dormiva accanto a me e cercavo di riprendere sonno.
Ad un tratto la sentii agitarsi. Il suo grido mi fece sobbalzare. Un grido isterico, convulso.
Con il cuore in gola mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, non muoverti! C’è un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare…”
“No Ale! È lì che ci guarda! Accanto all’armadio! Non lo vedi!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai con dolcezza, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno, non c’era nulla.
“Amore, avvicinati a me… calmati adesso” le dissi, dopo averla stretta al mio petto, “hai fatto un sogno, solo un brutto sogno”.
“No Ale… non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Sentivo il suo cuore martellarmi il petto mentre aspettavo che lentamente si addormentasse.
Continuavo a sentire il terrore delle sue grida.
Ripercorsi con la mente gli attimi precedenti.
Avevo bevuto, ero tornato a letto, non riuscivo ad addormentarmi, la guardavo compiaciuto… la guardavo dormire. Nel buio dei ricordi si materializzò il suo viso… focalizzai: aveva gli occhi aperti, fissi verso l’armadio. La sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida.
Non era stato un sogno.
Non riuscii a chiudere occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le chiesi se avesse dormito bene e lei placidamente rispose di sì. Non ricordava nulla.
Accesi la luce e notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua.
Lei era uscita per andare a lavoro. Pioveva a dirotto.
Non tornò mai più.

- Valchiria -

 
 
 
Ho voluto che questo fosse il primo racconto presente sul mio blog, perché si tratta del racconto con cui ho partecipato al mio primissimo concorso, il “300 Parole Per Un Incubo”, alla sua quarta edizione, nel 2005.
Si tratta di un concorso, organizzato da Scheletri.com, per racconti di genere horror di lunghezza non superiore alle 300 parole.
Ovviamente non ho vinto! E non mi sono nemmeno piazzata bene… insomma, sono arrivata 94ma su 144. Un po’ ci sono rimasta male, devo essere onesta, però non mi sono mica abbattuta! Anzi, ho capito che quando un racconto nasce e si struttura in un certo modo, non c’è cosa peggiore del tagliuzzarlo e accorciarlo per farlo rientrare in un concorso. Dico questo perché Il Temporale non era nato così: ha una sua Versione Integrale, che non ho mai divulgato, e che per la prima volta rendo pubblica proprio qui di seguito.
Certo, sono passati 2 anni e mezzo e altre 2 edizioni del 300 parole (a cui immancabilmente ho partecipato, con piazzamenti decisamente migliori) e oggi vedo in questi racconti molte ingenuità, diversi errori e imprecisioni. Ho avuto la tentazione di sistemarli, modificarli e correggerli, ma poi ho deciso che li avrei lasciati così, proprio come mi erano sembrati buoni quando li ho scritti.

 

Il Temporale (Versione Integrale)

 

Mi giravo nel letto senza riuscire ad addormentarmi. Colpa del temporale. Il rumore della pioggia battente, il gelido bagliore dei lampi, il boato dei tuoni mi restituivano sfacciatamente quei ricordi che da mesi cercavo di seppellire. Nelle notti di temporale il mio pensiero tornava a quando, sotto il diluvio, avevo investito un uomo.
Quella notte la pioggia scendeva violenta e la visibilità era ridotta al minimo. Avrei dovuto andare piano, soprattutto in quella stradina di campagna. Ma era tardi ed avevo solo voglia di tornarmene a casa il prima possibile.
Me l’ero trovato davanti all’improvviso. E avevo frenato. Ricordo solo lo schianto del suo corpo sul parabrezza e la macchina che slittava finendo in bilico sul canale. Era buio pesto e pioveva a dirotto. Quando arrivarono i soccorsi era ormai troppo tardi.
Una sola cosa mi aveva detto prima di morire: “dì a mia moglie che la amo”.
Ed io glielo avevo giurato.
Ma poi, di fronte a quella donna distrutta dal dolore e carica di rabbia, non avevo avuto il coraggio di parlare. Cosa sarebbe cambiato in fondo? Di certo quelle parole non le avrebbero restituito l’uomo che le avevo ucciso. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato. Intanto però, nelle notti di temporale, quei ricordi mi tormentavano.
Un fulmine rischiarò violentemente la camera da letto e il boato che seguì mi regalò l’ennesimo brivido. Posai lo sguardo sul viso della mia donna. Era bellissima. Il calore del suo corpo mi faceva ritrovare la serenità. Ad un tratto la sentii agitarsi. Lanciò un grido isterico, convulso. Sobbalzai. Poi mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, c’era un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare.”
“No Ale! Era lì che ci guardava! Accanto all’armadio! Non l’hai visto!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai dolcemente, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno. Nulla.
“Amore, avvicinati a me. Calmati adesso” le dissi, stringendola al mio petto “era solo un brutto sogno”.
“No Ale, non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Riuscii a calmarla e lentamente si riaddormentò. Nella mia testa rimbombava il suono del suo grido. E la sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida. Troppo lucida per chi è vittima di un incubo. Ripensai al suo viso. Focalizzai: mentre gridava, i suoi occhi erano aperti, fissi verso l’armadio.
Non chiusi occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le feci qualche domanda e capii che non ricordava nulla. Sembrava tranquilla e questo mi fece rasserenare.
Poi mi salutò con bacio sulla fronte e il suo solito “ti amo” ed uscì per andare a lavoro. Io come sempre le avevo risposto con un silenzioso sorriso. Non le dicevo mai che l’amavo. Non era necessario, visto che glielo dimostravo in mille modi. Cosa sarebbe cambiato in fondo?

Dovevo aver dormito, forse un’ora. Poi mi alzai.
Allora notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua e fango.
Lei non aveva sognato. Aveva veramente visto qualcosa.
Il terrore si impossessò di me.
Fuori pioveva ancora a dirotto.
Mi chiusi in casa e vi rimasi giorni e giorni aspettando il suo ritorno.
Invano.

Ora lei è qui davanti a me, stesa sul gelido letto dell’obitorio. L’hanno ritrovata la notte scorsa nel canale. Dicono che quei lividi su schiena e gambe lasciano supporre che qualcuno ce l’abbia spinta dentro a calci. Continuano a farmi domande. Mi chiedono dov’ero. Perché non ho mai denunciato la sua scomparsa. Sento i loro occhi su di me. Mi osservano da ore. Due mi guardano allibiti. Bisbigliano ipotizzando che la mia reazione sia dovuta allo shock. Un altro invece si è innervosito: pensa che io non ci sia con la testa. Ma solo io so perché non piango. Perché non rispondo. Non mi difendo. Solo io so perché da quattro ore ho lo sguardo fisso sulle palpebre gonfie e tumefatte della mia donna e le uniche parole che incessanti escono dalla mia bocca sono “ti amo, ti amo, ti amo”.

- Valchiria -

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